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Coordinate spazio-temporali: una modesta taverna di Lisbona, 28 novembre 1935.

“Sì, ammetto che la birra è discreta, però questo posto fa proprio schifo, eh? Buio, ragnatele, personale scorbutico e sporco, insomma, visto che non sei sposato, l’unico altro motivo per venire qui sarebbe se ti facessero ancora credito, vero Ricardo?”

“Proprio così piccolo Birbo, ma perché mi hai chiamato Ricardo?”

“Eh bè … ma … perché tu non ti ci chiami Ricardo Reis?”

“No, Ricardo Reis è un mio eteronimo”.

“Eh? Eteroche? Oh amico … ma quante ne hai bevute? Che io sono a tre ma tu …?”

“Birbo, amico mio … ti ricordi da quanto tempo ci conosciamo noi due?”

“Eh? Boh … credo … da quella volta che ci ha presentati Al il Corvo, mi sembra”.

“Già, può essere, se per te Aleister Crowley si trasforma in Al il Corvo”.

“Eh … ma guarda che quello lì fa anche di peggio, che se ti dicessi … va bè … hic … ordiniamo un’altra birra?”

“Ho già fatto segno … e dimmi … a suo tempo io mi presentai come Ricardo Reis?”

“Eh? Bè Ricardo … certo che sì, perché?”

“Birbo devo spiegarti che … ah ecco le birre… sì, dicevo … devi capire che essendo io un poeta, allora a volte…”.

“Ah … muchas gracias cameriere, questa è la mia … dicevi scusa? A volte cosa?”

“Soffro di una tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione”.

“Eh? Ripiglia fiato e spiegati meglio, che… hic … hai detto?”

“Che certi fenomeni in me si sono mentalizzati: insomma non si manifestano nella mia vita pratica, quella esteriore e di contatto con gli altri; ma esplodono invece verso l’interno, e io li vivo da solo con me stesso”.

“Non ci ho capito niente, forse che ho … hic …bevuto ancora troppo poco, eh?”

“Ordino un altro giro allora, comunque ti stavo spiegando che essendo poeta …”.

“Sei matto, ho capito, sei mica il primo che conosco … e scusa, oggi come ti chiami?”

“Ma che dici … io non sono … o forse sì, però … insomma… oggi ti sarei grato se mi chiamasti Bernardo Soares”.

“Ah … ok amico, contento tu … però pensavo …”.

“Attento Birbo, essere stanca, sentire duole, pensare distrugge”.

“Eh? Ah … è una delle tue citazioni? Bella… sì, ma io dicevo che pensavo che se siete in due lì dentro è normale che vi vedo doppi, eh? Ma poi perché la birra non arriva?”

“Già … in effetti … scusi cameriere, non le avevo chiesto altre due scure grandi?”

“E’ sicuro signor de Campos? Oggi lei ha già bevuto molto e …”.

“Eh? Ma come ti ci ha chiamato il cameriere? Del Camposanto?”.

“No Birbo, lui mi conosce come Álvaro de Campos … ti spiegherò … e lei non si preoccupi e ci porti da bere”.

“Bene, però il suo conto s’allunga … o forse pagherà il bambino che l’accompagna?”

“Eh? Pagare? Oh Bernardo Alvaro … io non ci ho mica mai soldi con me quando mi muovo nel Tempo … lo sai ormai, eh?”

“Tempo? Ma … saranno circa le sette ragazzino, perché? Ti aspetta la mamma?”

“Che hai detto? Sangre del Diablo, io ti…”.

“Zitto Birbo, e lei cameriere ci porti altre due birre, e se non si fida …”.

“Eh … facciamo quattro birre, così ci fai un viaggio in meno … anzi sei…”.

“Ma signori miei … già così il conto è troppo grosso …”.

“Eh … allora ascolta, metti tutto in conto al senor Ricardo Reis, lo conosci?”

“Io … ne ho sentito parlare… ma sei sicuro ragazzino che …”.

“No hay problema, lui e io siamo amicissimi… e ora ci porti le otto birre, eh?”

“Otto? Ma … non eravamo rimasti a sei birre?”.

“Eh … ma se mi ci fai parlare così tanto  la gola si secca e le birre aumentano, eh? Che anzi facciamo dieci, bè, sei ancora qui? Adelande muchacho, vamos”.

“Va bene … io controllerò e … non arrabbiarti bambino … vado …vado”.

“Mundo maldito, che pelandrone infingardato … mi sa che ti dirò di non lasciarci neppure la chisciotte della mancia, accidenti … e ora che cos’ ho pestato?”.

“Calmati Birbo … calmati ti dico … erano i miei occhiali purtroppo … fa niente, ora però da bravo rimettiti a sedere … “.

“Eh… scusami allora Álvaro Vitali, è che sono piccolo ma quando mi girano…”.

“Sì, capisco il tuo puntiglio, ma ora come faremo a bere cinque birre a testa?”

“Eh? Cinque? Ah … ma io queste dieci credevo fossero solo per me, eh?”.

“Birbo, bambino mio … me lo dici dove metti tutto quello che bevi?”

“Uffa Avaro Vattelapesca … ti ci ho pure già detto che essendo quadrimensionale …”.

“Ah sì, perché ti muovi nel tempo … dici …”.

“Eh caro mio … hic …che vuoi che siano dieci birre bevute in un secolo o due, eh?”

“Sì, ha una sua logica … ma … ah ecco il cameriere …”.

“Le vostre birre scure signori … ecco poso qui il vassoio … ora per quel che riguarda il conto … ho controllato, e anche il signor Ricardo Reis mi deve un mucchio di soldi, quindi se non mi pagate subito sarò costretto a … voi mi capite?”

“Eh? Cioè il mio amico Ricardo Reis ti ci deve soldi? No hay problema, mi faccio garante io, aprici un conto anche per il senor Favagrossa, che io e lui siamo più che fratelli, e mettici sopra quel che deve el senor de Campos, e pure il debito del senor Ricardo, e le birre qui e pure una mancia per te, oh … sei soddisfatto adesso?”

“Ma … io immagino che … va bene, non arrabbiarti ragazzino … vado via, vado…”.

“Incredibile, non capisco perché ma se n’è davvero andato … ma scusa Birbo, chi sarebbe questo Favagrossa? Un tuo amico molto ricco?”

“Eh? Sì, magari … Favagrossa sono … hic …sempre io, e sempre senza un soldo bucato in tasca, questo è seguro, eh?”.

“Ma allora… Birbo … hic … anche tu sei un poeta e hai degli eteronomi?”.

“No caro il mio Cico Gonzales … hic … però in compenso sono uno scroccone e trovo un mucchio di trucchi per non pagare quello che bevo … hic … specialmente quando sono un pochito borracho come adesso, eh?”.

“Ah … appunto … hic … quindi tu sei un poeta … un vero poeta”.

“Eh? Ah sì, come … hic … vuoi … ma ora bevi amico … scoliamoci tutta questa grazia di Dio alla salute della poesia … hic … e anche dei dabbenuomini che pure senza volere ci finanziano lo stesso a noi poveri poeti, eh?”