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Tempo, l’ultima frontiera: questi sono i viaggi straordinari e ricchi di incredibili avventure di Birbo Bicirossa, il bimbo che mai e poi mai volle o vorrà diventare grande e fesso, eh?

 

Coordinate spazio-temporali: 15 aprile 1874, a Parigi al 35 di boulevard des Capucines.

Questa è la fedele cronaca di una giornata davvero mostruosa, in cui sono andato alla prima, e immagino ultima mostra, tramata da una losca banda di cialtroni morti di fame. I protagonisti siamo io e il mio buon amico, il celebre critico d’arte Louis Leroy, e mentre finivamo di sbronzarci in una bettola si è unito a noi anche il famoso pittore Joseph Vincent.
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“Eh? Un franco per entrare? Ma zio Lou, non è mica un po’ troppo?”

“Ne vale la pena Birbo, vedrai che per te la visita sarà … eh eh … estremamente istruttiva”.

“Vabbè … ma tanto ci entro gratis perché sono ancora piccolo”.

“Hanno fatto le cose in grande questi poveracci … un attimo che prendo il catalogo”.

“Eh zio Jo … magari alla fine me lo dai a me … che mi piacerebbe farlo firmare ai pittori … che così se diventeranno famosi io potrò dire che …”.

“Ah ah ah … diventare famosi questi imbrattatele … buona questa …”.

“Ma perché dici così zio Jo? Che per davvero fanno tanto schifo?”

“Dire schifo è poco ragazzo mio… osserva per esempio questo barche da pesca all’uscita dal porto, di Claude Monet … ah ah … che cosa assurda …”.

“Beh … io non me ne intendo mica … però forse…”.

“Vincent ha ragione: questo Monet è un giovinastro presuntuoso, che invece di limitarsi a imitare i vecchi e cari maestri di un tempo migliore, s’illude d’aprire nuove strade, e quindi a prescindere fallisce miseramente”.

“Beh … se lo dici tu zio Lou …”.

“Ahimè amici! Guardate qui, una megera quasi nuda, con una laida negra che le toglie anche l’ultimo velo per costringerci a vederla in tutta la sua bruttezza”.

“Ah sì, questa è una nuova Olimpia di Cezanne… ma hai ragione, la vecchia Olimpia pure se pessima era mille volte meglio, questa qui invece non è né carne né pesce”.

“E questo? Ah … guarda Birbo, questo si intitola Bouleoard des Capucines”.

“Ah però … questo fa una certa impressione, vero zio Jo?”

“Ah, ah! Hai detto bene Birbo … impressione … questi cosiddetti pittori fanno tutti impressione, o altrimenti io non capisco nulla; e di grazia ragazzo mio, guarda bene in basso: cosa rappresentano per te quelle macchioline nere?”

“Ma zio Jo … immagino che quella sia la gente che passeggia … sai vista da lontano …”.

“Sicché chi passeggia per il boulevard des Capucines avrebbe questo aspetto? Fulmini di Giove: ma insomma, voi vi prendete forse gioco di me? Qui il pittore ha semplicemente caricato una pistola con dei tubetti di colore per poi sparare alla tela”.

“Lascia stare Vincent, piuttosto controlla sul catalogo cosa rappresenta la prossima crosta, perché è talmente stramba che potrebbero essere persino dei mutandoni stesi ad asciugare”.

“Hai ragione Leroy … dunque il numero 98 … ah, ecco qui … oh che buffa coincidenza … questo assurdo scarabocchio si chiama … Impressione… “.

“Impressione? Ma certo Vincent … ne ero sicuro. Ci dev’essere per forza dell’impressione là dentro. E che libertà, che disinvoltura nell’esecuzione! Certamente la carta da parati allo stato embrionale è ancor più curata di questo sciatto dipinto … “.

“Ben detto Leroy, e conto su di te per scrivere una critica tanto spietatamente veritiera, da stroncare sul nascere le velleità artistiche di questi illusi mentecatti”.

“Sarà mio sommo piacere Vincent, e anzi, parlando di impressione credo che questa cosiddetta nuova corrente pittorica la definirò ‘impressionismo’ … perché così sarà subito chiaro a tutti quanto possa fare impressione a chi invece ama la vista del bello…”.

“E’ vero Leroy, l’impressionismo di questi pasticcioni è veramente impressionante …”.

“Ma dai zii… che non sono poi tutti così brutti questi quadri … guardate laggiù per esempio … quello che è pittato tanto bene che pare vero … come si chiama quel quadro zio Jo?”

“Quello? Ah … quello è il custode”.

“Ah … si chiama Il custode? Beh … certo che come uomo dal vero farebbe proprio schifo … però come opera d’arte è veramente versomigl … vabbè … volevo dire realistica, eh?”

“No piccolo Birbo, quello non si chiama il custode, quello … è … il custode”.

“Eh? Ah ecco … no ci scusi signor custode … non se la prenda ma sa, è che lei è talmente brutto da essere impressionante, e mi ci pareva proprio una di queste altre brutte croste…”.

“Vieni via Birbo, e lei brav’uomo lo scusi… sa, a certi bambini piace scherzare …”.

“Circolare signori … circolare…”.

“Eh sì … certo che circoliamo … ehm … ma voi due zii potevate pure avvertirmi che quello non era un vero quadro, eh?”.

“Ah ah … e perché avremmo dovuto dirtelo? E’ stato così divertente …”.

“Eh … divertente … ma quello lì quasi quasi mi menava, eh? E poi … oh … ma che sta facendo quel grasso signore laggiù? Ohhh … ma che schifo …”.

“Ah Ah … bravo Birbo, vedo che ora incominci ad intenderti d’arte pure tu”.

“Ma no zio Jo … io dicevo che schifo quel signore … quello che ho appena visto sputare su quel quadro che è appeso qui …”.

“Quale quadro? Questo? Uhm … Giovane dal panciotto rosso … di Cezanne … ah sì … allora arguisco che il grassone è un buon giudice d’arte e possiede il senso del bello”.

“Per conto mio quell’uomo ha agito benissimo, e anzi, se non temessi d’essere giudicato volgare volentieri farei lo stesso”.

“E qui? Ah … osserva Leroy questo si intitola il palco … e guardate che musi … ma dove li troverà Renoir dei modelli simili se non tra le meretrici e gli avanzi di galera?”

“Sentite zii … ma voi dite che se ne venderà qualcosina di questa roba?”

“Ma scherzi ragazzino? Alla fine non si sarà venduto neppure una cornice vuota”.

“Poco ma sicuro Vincent, quel che prevedi è poco ma sicuro”.

“Ma zii … ma questi quadri mica non si vendono perché costano troppo?”

“Ah ah … ma se con una decina di franchi potresti prenderne uno o due”.

“E ancora sarebbero almeno dieci franchi di troppo”.

“Ah … per me io non ne vorrei uno neppure se me lo regalassero”.

“A proposito Vincent, ho saputo che Renoir a volte, quando non ha legna, si riscalda bruciando i suoi dipinti a olio ed acquarelli”.

“Ebbene, questo dimostra che egli stesso si rende conto di quanto realmente valgano”.

“Ho anche saputo di un contadino che usa queste… opere… per fare gabbie ai conigli”.

“Ma è perfetto Vincent, essendo perpetrati su buona tela andranno a pennello”.

“Ma … scusate zii, ma che davvero non si salva niente? No, perché io per una volta ho qualche monetina nella saccoccia, e se costa poco quasi quasi un quadretto me lo comprerei pure… anche se solo per darlo al mio babbo per il giorno del suo compleanno, che lui è uno molto sofisticobizzoso e io non so mica mai cosa prendergli, e allora …”.

“Lascia perdere Birbo, e a tuo padre regala un sigaro, che almeno lo potrà fumare”.

“Vero … questi qui non sono quadri ma raschiatura di tavolozza distribuita uniformemente su di una tela sporca, e in loro non c’è capo né coda, né alto né basso, né davanti né didietro”.

“Ah beh … peccato … eh … certo che io di arte ce ne capisco davvero poco … ”.

“Figliolo non serve capire ma basta amare la vera bellezza, quella bellezza a cui costoro hanno dichiarato guerra: ed è per questo che Astruc, Bracquemond, Boudin, Cezanne, Degas, Guillaumin, Monet, Morisot, de Nittis, Pissarro, Renoir, e Sisley… SONO DEI CANI CHE NON COMBINERANNO MAI NULLA DI BUONO NELLA VITA”.

“Non sono d’accordo Leroy… tu sei troppo buono a paragonare questa feccia ai cani; i cani dopotutto possono essere molto utili, mentre questi disgraziati …”.

“Eh … ho capito … beh … meno male che ci siete voi a consigliarmi, eh? Che metti che tornavo a casa con quel gruppo di ragazze di Renoir… che pure mi pareva abbastanza carino… e chissà allora quanto si arrabbiavano il mio babbo e la mia mamma… eh?”

La mostra

Vabbè … comunque poi ci sono andato a bere assieme ai pittori, e il catalogo me lo sono fatto firmare per ricordo… e oh … è un peccato che fossero tanto scarsi, che conoscendoli erano ragazzi davvero simpatici, e si sarebbero poi meritati una miglior fortuna, eh?